Da sempre, ciò che più colpisce dei cittadini giapponesi, è la loro metodica capacità al rigore e all’inquadramento quasi robotico nelle attività che svolgono. Questo però è un aspetto un po’ vintage della loro cultura, che noi ci trasciniamo da decenni oramai, dai decenni del loro costante, incessante e esponenziale sviluppo economico: oramai la vita di molti giapponesi è ben diversa, ben più “europea”. Consideriamo però che, se nell’arco di quasi tutto il ’900 non si fossero imposti questo stile di vita, difficilmente avrebbero raggiunto, agganciato e superato le superpotenze occidentali: non dimentichiamo che il loro Medioevo è finito nella seconda metà del 1800, cioè mentre noi univamo l’Italia, loro abbandonavano il modello feudale e deponevano le katane per imbracciare le 24 ore (questo ovviamente nell’arco di qualche decennio, ma neanche poi tanti).
Il loro modo di affrontare la vita per noi è incomprensibile, all’occidentale medio i giapponesi appaiono come tante piccole e alacri formichine, che escono la mattina dalla loro casa per andare nell’ufficio-formicaio e così tornare a casa a fine giornata (e neanche tutti, visto che molti tornano a casa solo nel weekend), stipati come sardine nelle loro metropolitane. Il messaggio che ne traspare (sempre per noi occidentali) è l’idea di un popolo triste, passivo e poco combattivo.
Mai pensiero fu più sbagliato.
La forza del Giappone sta proprio lì, nello stoicismo, nell’affrontare a testa alta la vita e le disgrazie e le Apocalissi a cui la natura periodicamente li sottopone e che quasi sembra voglia sfidarli. Ma loro, ogni volta, si rimboccano le maniche, senza lamentarsi, senza piangersi addosso: dimostrando una forza che poche popolazioni al Mondo sono in grado di vantare.
Dai precedenti gravi terremoti (Kanto 1923 e Kobe 1995) hanno imparato a costruire strutture antisismiche sempre più efficaci, tant’è che i danni più gravi questa volta sono dovuti alla potenza incontrollabile dell’acqua portata dallo tsunami, più che dall’attività sismica (400 secondi continuativi a 8,9 Richter, più le successive scosse di assestamento).
E sottolineiamo che lì nessuno si permette di ridere e gioire della possibilità di costruire case nuove e vendere appalti: queste cose le lasciamo a popoli più meschini e arretrati (vedi L’Aquila 2009, Italia).
Questo sisma in Giappone lo aspettavano da tempo e la parola con cui lo affrontano è shikata ga nai, ovvero “non ci si può far niente”: che non è da prendere come un “subisco e vado avanti”, ma più significativamente come “tutto ciò che poteva essere fatto per ridurre i danni (costruzioni antisisma, preparazione della cittadinanza con simulazioni annuali, etc) è stato fatto” tutto ciò che viene dopo è unmeni, è destino.
Perciò, amato Giappone, dimostra ancora una volta la tua forza interiore, la tuà capacità di rialzarti e ganbatte kudasai… sii forte.
Agli amici giapponesi.


Tra gli amici giapponesi rientro anche io anche se sono qua?
Molto bello l’articolo, davvero…